I mondi dei Tipitondi

“I Tipitondi non sono solo una collana di graphic novel. Sono tanti piccoli mondi che comunicano tra loro. Un microcosmo di rimandi a quelle storie e quei personaggi che hanno scolpito il nostro immaginario. Porte aperte verso nuove e vecchie realtà che i giovani lettori potranno affrontare e, chissà, rivoluzionare.”

Che i fumetti siano roba da bambini è un pregiudizio ormai anacronistico. Ma è innegabile che bambini e fumetti abbiano un legame speciale. In primo luogo perché, generalmente, del fumetto ci si innamora fin da piccoli – forse perché la curiosità bambina, pronta a frammentarsi sui vari aspetti della realtà, è naturalmente attratta da un linguaggio così multiforme, che ha elementi in comune con letteratura, cinema, pubblicità e animazione eppure una formula unica e insostituibile. In secondo luogo perché il fumetto è nato bambino, nel senso che erano bambini i protagonisti dei primi fumetti, a cominciare da Yellow Kid: solo un “innocente”, come accade in una celebre fiaba di Andersen, può infatti puntare il dito contro l’autorità e la morale tradizionale e dichiarare una verità spinosa senza incorrere in un biasimo eccessivo.

Dai primi del 1900 in poi, quindi, il fumetto è popolato di personaggi bambini. Ma il loro ruolo con il tempo si è arricchito di sfumature: non sono solo un pretesto per mostrare le falle del mondo degli adulti, sono anche la chiave per redimerlo. La loro innocenza si connota come sensibilità pura, amore incondizionato per la vita e assenza di preconcetti. Sono bambini “spregiudicati”, ma in senso etimologico. I Tipitondi, specialmente quelli dedicati ai lettori più giovani dai 6-7 anni in su (prendendo con le pinze qualsiasi indicazione d’età, perché ogni lettore è un mondo a sé) mettono in scena spesso e volentieri questa “spregiudicatezza”.

Ci sono bambini che trasformano la realtà semplicemente vivendola, perché hanno un animo così candido da mettere in crisi tutto quello che potenzialmente lo minaccia. È il caso delle protagoniste di Mamette (Nob), Momo (Garnier e Hotin) e Viola Giramondo (Radice e Turconi), degne sorelline di Pollyanna, Heidi e delle bambine de Il mio vicino Totoro e di Pioggia di ricordi (entrambi film dello Studio Ghibli).

Ci sono bambini che provano a difendere il loro mondo dai cattivi, chiedendo aiuto agli amici oppure scoprendo in sé un insospettabile potere. Come i protagonisti de La notte dei giocattoli (Maraini e Gud), Timothy Top (Gud) e Octave (Chauvel, Alfred e Walter), piccoli eroi forse un po’ meno avventurosi dei Goonies ma simili a loro per la forza con cui non accettano le ingiustizie.

Infine, ci sono i bambini terribili, che agiscono secondo l’istinto e che con la loro incontenibile energia scombussolano la quotidianità che gli adulti vorrebbero piana e ordinata. Secondo lo schema inaugurato dai Katzenjammer Kids, i registi delle gag sono personaggi che agiscono almeno in coppia: un bambino e un diavolo custode ne Il piccolo Pierre, storie disordinate (Mastantuono e Intini), una bambina e una cagnolina in Claire e Malù (Tauro e Karicola), le quattro figlie femmine di Dad (Nob). Il risultato sono piccole catastrofi degne degli scanzonati intrecci di Topolino, battibecchi paradossali come in Get Fuzzy (la striscia di Conley), spaccati familiari bislacchi a metà tra i Malaussène di Pennac e i Robinson.

Come il fumetto, anche la fiaba viene considerata nell’opinione comune una lettura riservata ai bambini. Ma a ben vedere fumetto e fiaba non hanno come unico punto in comune il bambino come lettore ideale. C’è un’altra affinità, profonda e strutturale: entrambi si fondano su una serie di norme che non hanno nulla a che vedere con la realtà. Il fumetto perché è un codice complesso che fonde immagine e parola secondo una logica tutta interna, tanto che per leggerlo bisogna prima assorbire determinate regole (per esempio, il verso di lettura di pagine e vignette); la fiaba perché fonda la sua coerenza e riconoscibilità proprio sul concatenare fatti e personaggi incredibili, imponendo al lettore di sospendere le categorie di giudizio usate nella vita reale. Ma a differenza del fumetto, la fiaba ha radici remote, risalenti a riti d’iniziazione di religioni antichissime. Ecco perché, nonostante sia lontana dalla realtà, è portatrice di saggezza e riesce a dare risposta, anche se in modo irrazionale, ai grandi interrogativi sulla condizione umana.

Quando il fumetto incontra la fiaba, nascono Tipitondi un po’ speciali. Aurore (Fernandéz), L’uomo montagna (Gauthier e Fléchais) e Il fiore della strega (Orlandi), pur essendo storie nuove e originali, hanno il sapore di leggende antiche. Non a caso, tutti e tre concordano con lo schema combinatorio della Morfologia della fiaba di Propp – l’eroe vittima che deve suo malgrado trovare una soluzione al problema, l’eroe cercatore che parte per soccorrere un familiare, il magico aiutante che interviene nei panni di un animale parlante…

La principessa che amava i film horror (De Santa, Mocci e Grigoli) ha invece un taglio diverso. Qui gli stereotipi raccolti intorno alla figura tradizionale della principessa sono ribaltati in un’immagine più realistica e non sempre gradevole, a volte cinica come la bambina filosofica di Vanna Vinci, in sintonia con un’epoca in cui alle bambine è riconosciuta la libertà di essere ribelli anziché beneducate. Ne Le due metà della luna (Rocchi e Carità) e Atlas e Axis (Pau), invece, l’atmosfera fiabesca si contamina. Come ne Il vento tra i salici (Grahame), i protagonisti sono animali antropomorfi. Ma la favola sporca di realismo all’interno di scenari che, pur essendo immaginari, rispondono alle logiche del lavoro e della guerra. Il fiabesco ha lasciato il posto al fantasy.

Lo straordinario successo di saghe letterarie, cinematografiche e televisive ha reso chiaro che il fantasy è un genere amato dai lettori di tutte le età. Facile indovinarne la ragione: l’evasione dalla realtà di tutti i giorni, monotona e grigia, verso un mondo con dinamiche realistiche ma dominato dalla magia. O meglio, visto che la magia è essenzialmente quella forza che cambia le cose in base al proprio volere, è l’evasione in un mondo in cui la volontà non si fa imbrigliare da indugi e impedimenti e si traduce sempre e nell’azione.

Ma il fantasy non è solo fuga o sospensione dalla realtà. Ha anche una componente “attiva”: allena l’immaginazione, e con metafore più o meno lontane dal vissuto porta il lettore a indossare travestimenti che lo aiutano in qualche modo a definirsi – come accade, per esempio, a chi si identifica in una delle quattro case di Hogwarts di Harry Potter. Tale aspetto è ancora più pronunciato nelle storie i cui personaggi si muovono in parallelo tra la realtà ordinaria e un’altra straordinaria, sia essa fantastica o spaventosa. È il caso di alcuni Tipitondi pensati per lettori dagli 8-9 anni in su, come Sabine (Torchio), Il sentiero smarrito (Amélie Fléchais), L’isola senza sorriso (Fernández) e Il cuore dell’ombra (D’Amico, Iorio e Ricci), graphic novel in cui il mondo reale si affianca di volta in volta a un mondo magico, a una dimensione che sembra uscire dal folklore giapponese o a una terra popolata di creature alla Tim Burton. Un posto d’onore in questa sezione spetta a Monster Allergy, dove, tra umani “magici” e mostri pacifici, il fantastico si traveste da horror per non prendersi troppo sul serio.

Se il fantasy rappresenta una porta verso l’altrove, buona parte della letteratura per bambini e ragazzi riporta invece alla realtà con una spiccata vocazione didattica e descrittiva. Le letture che si inseriscono in questo filone hanno pregi e difetti. Il difetto maggiore è raccontare una storia semplificandola ed eliminando le sfumature, tradendo così un punto di vista adulto. Il pregio maggiore consiste nel dare un messaggio forte, che può fornire uno spunto di discussione e approfondimento (e che infatti è spesso usato come punto di partenza per interessanti progetti scolastici).

Non mancano i Tipitondi che utilizzano questo registro. Storie di formazione come Brina (Salati e Cornia), The North Way (Galli), e soprattutto Fiato sospeso (Vecchini e Sualzo), la cui protagonista ricorda da vicino alcuni personaggi di Bianca Pitzorno. Oppure storie in cui i personaggi affermano il loro talento artistico, sportivo e non solo, come Il piccolo re (Campanella e Aloi) e Corri, Tempesta! (Donner e Moreau). Altre invece descrivono uno spaccato di realtà con le sue problematiche, invitando i lettori a prenderne coscienza, come ne Il buco nella rete (Gastoni e Gobbi) e Badù (Ceci, Bouah, Congiu, Costa, Peddes, Potito).

E così si arriva ai classici a fumetti, quelle letture che spesso gli adulti propongono ai ragazzi, soprattutto a quelli che “non amano leggere”. È un errore svilirli etichettandoli come semplici “riduzioni”. Partire da un classico per creare un film, una serie animata o un fumetto contribuisce a riportare la curiosità sul classico stesso. Che, parafrasando Calvino, non ha mai finito di dire quel che ha da dire proprio perché continua a rinnovarsi. Quanti giovani lettori, dopo aver letto I classici per ragazzi a fumetti de Il Giornalino o le parodie letterarie della Disney hanno preso in mano quei libri impolverati nella libreria di mamma e papà?

I classici dei Tipitondi compiono un’operazione simile alle pulizie di primavera, grattano la superficie senza modificare l’essenza della storia originale. Le avventure di Tom Sawyer (Istin e J. e M. Akita), Oliver Twist (Dauviller, Deloye, Merlet e Rouger), Pinocchio (Chauvel e McBournie) e Il giro del mondo in 80 giorni (Dauviller e Soleilhac) hanno uno stile fresco e moderno. Il mago di Oz (Chauvel e Fernández) enfatizza la visionarietà di Frank Baum. Anche I figli del capitano Grant (Nesme) punta alla spettacolarità, calando i protagonisti, che qui diventano felini antropomorfi, in un’atmosfera da film d’avventura rétro (stile Gli ammutinati del Bounty), e ottenendo un risultato di cui Jules Verne andrebbe fiero. “Il giorno in cui un bambino si rende conto che gli adulti sono imperfetti, diventa un adolescente” – scrive il poeta Alden Nowlan, citato in Dammi la mano (Binni). A differenza dei bambini, gli adolescenti, o “young adults” secondo l’etichetta di mercato, cominciano a fare caso ad alcuni aspetti della vita che prima erano in sordina. Si rendono conto che non è facile affrontare la quotidianità senza la protezione di armature fiabesche. Eppure, a differenza degli adulti, non sono assuefatti e rassegnati alla sconfitta. Anzi, sono alla costante ricerca di sé stessi e del proprio posto nel mondo. Un mondo fatto di piccole cose, che gli adulti liquidano con semplicità ma che nascondono significati molto profondi per chi ha voglia di decifrarli.

Tra i Tipitondi che si affacciano su questo orizzonte, alcuni hanno il garbo e la forza dei romanzi di Chambers, ad esempio La memoria dell’acqua (Reynes e Vernay), Non sei mica il mondo (Geffray) e il già nominato Dammi la mano. Più spiccato l’accento drammatico de La tristezza dell’elefante (Antona e Jacqmin) e Viktoria (Cardinali), mentre Sulla collina (Ferramosca e Gulma) tradisce un’ispirazione horror.

Invece in Amina e il vulcano (Binni) e Oltre il muro (Sandoval e Paquet) il dolore della crescita e l’orrore della realtà sono trasfigurati dal fantastico e dal grottesco, un po’ come accade nel film Il labirinto del fauno.

I Tipitondi non sono solo una collana di graphic novel. Sono tanti piccoli mondi che comunicano tra loro. Un microcosmo di rimandi a quelle storie e quei personaggi che hanno scolpito il nostro immaginario. Porte aperte verso nuove e vecchie realtà che i giovani lettori potranno affrontare e, chissà, rivoluzionare.

Mara Famularo

(Qui trovate il catalogo con tutti i titoli della collana Tipitondi)

Autore dell'articolo: Emanuele Di Giorgi