Parola di copertina: Kraken di Emiliano Pagani e Bruno Cannucciari

Presentiamo in anteprima assoluta la copertina di Kraken di Emiliano Pagani e Bruno Cannucciari

Scriverlo la prima volta rende l’aria elettrica e ci ricorda il privilegio di aver visto, in corso d’opera, cosa può nascere dalla sinergia di due artisti raffinati e dotati di una singolare profondità di sguardo sul mondo: il 26 ottobre pubblicheremo Kraken, un racconto di mare, misteri orrorifici e decadenza esistenziale firmato da Bruno Cannucciari, a cui dobbiamo alcune delle storie e delle tavole autoconclusive di Lupo Alberto uscite negli ultimi vent’anni, ed Emiliano Pagani, lo sceneggiatore di una delle serie più sfrontate, dissacranti e sanguigne della storia, Don Zauker.

Per allietare quella che si profila ancora come una lunga attesa, possiamo anticipare che incontrerete Bruno Cannucciari durante la prossima edizione di Lucca Comics & Games e che alle tavole tratte dal graphic novel sarà dedicata una mostra presso la Cart Gallery di Roma dal 27 ottobre al 21 novembre. Soprattutto vi mostriamo in anteprima assoluta la copertina del libro e lasciamo la parola all’autore, che ce la racconta per l’occasione:

 

Kraken di Emiliano Pagani e Bruno Cannucciari

 

Volevo una copertina “epica”, perché le storie di mare, per la loro stessa natura, hanno sempre un tono epico. Ma mostrando il protagonista ritto su una barca visibilmente arenata, malconcia, definitivamente fuori dall’acqua, ho voluto suggerire l’idea di storie di mare “immaginate”. E allora, tanto più se sono immaginate, la copertina deve misurarsi con la grandezza dei sogni.

Ma volevo anche, raccontando il meno possibile, che si intuisse un disagio. La prospettiva della barca non ci fa capire le esatte dimensioni del protagonista, ma ce lo mostra solo, di fronte a un mare in tempesta inghiottito dal buio. E un senso di inadeguatezza: lui ha una piccola lampada a petrolio, luce fioca che illumina le sue spalle, corre sulle parti metalliche arrugginite e sui legni marci del relitto fino a spegnersi, ma nulla illumina di ciò che gli sta davanti. La scelta non è puramente estetica. Forse il protagonista è proprio questo che deve fare: illuminare, fare luce, dare un senso a quello che gli è accaduto prima di lanciarsi in questa sfida solitaria con l’ignoto. E alla luce fioca della sua lampada fanno eco due punti luminosi all’orizzonte, forse le luci di un peschereccio, forse gli occhi della bestia oscura. Un dialogo muto a distanza. Come se entrambi dicessero: so dove sei, ora vengo a prenderti.

Sul lato opposto del relitto (sul retrocopertina) ho voluto inserire una scogliera che è in realtà un intrico di figure mostruose, a sottolineare il fatto che i mostri sono ben visibili, accanto al protagonista, e rigorosamente fuori dall’acqua.
Come si può immaginare mi sono ispirato a moltissimi fumettisti e illustratori che amo (e anche a certi quadri visionari di mio fratello), ma questo molto prima di iniziare a disegnare sia il fumetto che la copertina. Riempirsi gli occhi, registrare e poi lasciare che sia la mano a scegliere. Ci trovo tracce di Riff Reb’s, Toppi, ma anche Max Ernst o altri artisti sui quali mi sono formato e ne ho dimenticato i nomi ma non la burrasca emotiva in cui mi hanno meravigliosamente sballottato.

La novità assoluta è un falso obiettivo, almeno per me e per questa storia nello specifico. Adoro i fumettisti e gli illustratori che alzano continuamente l’asticella dell’astrazione, della sintesi, della de-costruzione, ma per Kraken volevo dare un’idea di concretezza, di concretezza materica. Un’immagine che rimandasse alle grandi illustrazioni di storie di mare. Far entrare il lettore attraverso un portone “conosciuto”, e poi farlo perdere nel labirinto delle pagine del libro.

Volevo fare una copertina “dipinta”. E non perché abbia velleità di pittore, tutt’altro. È perché mi piace mettermi in difficoltà, e perché la pittura fa parte della mia formazione. Questo è il primo libro che faccio con uno stile diverso da quello di Lupo Alberto: è proprio tutta un’altra cosa. E allora ho voluto – e potuto – sperimentare diversi segni e diverse tecniche, per il piacere fisico di raccontare una storia che ha molti registri.
E ho voluto fare una copertina dipinta anche per una sorta di ‘patto di sincerità’ con il lettore: non sono – ahimè – un pischello, tecnicamente sarei in grado di replicare il pittorico digitalmente (e mi piacciono moltissimo le infinite possibilità di Photoshop), ma volevo si capisse che vengo da una storia in cui le cose si facevano a mano; che le vedevi – e le vedi – crescere giorno per giorno sul tavolo e non su uno schermo, che avevano ed hanno odore e fisicità.

Nel caso specifico di questa copertina ho fatto un bozzetto graffiato, nervoso, volutamente ‘sgorbio’ per fermare l’immagine e valutare l’impatto. Bozzetto a cui ha fatto seguito un bozzettone molto rifinito che ho poi ingrandito e riportato con carta grafite su un foglio adatto per i colori acrilici. E da lì in poi è stata tutta una danza di piccoli segni voluti e svirgolate autonome della mano, che hanno (felicemente) stupito me per primo. Perché se in questo mestiere non ci si stupisce continuamente tanto vale fare altro.

Autore dell'articolo: Claudia Papaleo